Sangalli: «Conti pubblici ok, ma per le imprese sì e fatto poco»

Carlo Sangalli, la Confcommercio, che lei guida dal 2006, rappresenta oltre 700mila imprese. Come sta il Paese alla fine del 2022? E cosa si aspetta per il 2023? Sta per tornare una recessione?

Carlo Sangalli, la Confcommercio, che lei guida dal 2006, rappresenta oltre 700mila imprese. Come sta il Paese alla fine del 2022? E cosa si aspetta per il 2023? Sta per tornare una recessione?

«Intanto mi lasci dire che la crescita congiunturale di mezzo punto nel terzo trimestre e l’aumento degli occupati in ottobre confermano il ruolo del terziario di mercato nel promuovere importanti accelerazioni nell’attività produttiva. E nell’ambito del recente protocollo straordinario di settore, che abbiamo sottoscritto con i sindacati, è stata evidenziata l’utilità di un’azione comune per richiamare l’attenzione del governo su innovazione, produttività dei servizi e sistema-Paese. Anche per questo 1l 2022 potrebbe chiudersi con una crescita prossima al 4% nonostante le difficoltà generate dall’inflazione. Ma si delinea un processo di transizione dell’economia italiana – collocato tra fine anno e il primo quarto del 2023 – da una fase di forte crescita a un momento di brusco rallentamento. La recessione attesa potrebbe comunque essere contenuta Ma per un peggiore profilo dei consumi le nostre valutazioni sul 2023 sono meno favorevoli di quelle della Nadef: prevediamo un Pil in crescita dello 0,2 a fronte dello 0,6% dei documenti ufficiali».

In questa situazione, qual è la sua valutazione sulla legge di Bilancio?

«Siamo di fronte a un impianto prudente e difensivo. Prudente nel ricorso al disavanzo, difensivo nella scelta di concentrare i margini di manovra sul contrasto del caro energia Prudenza necessaria, visti sia l’impatto sul costo del servizio del debito pubblico delle scelte monetarie della Bce, sia l’annuncio della riduzione nel suo portafoglio di titoli di Stato. E concentrazione anch’essa necessaria, considerato, per esempio, che per le imprese del terziario il costo dell’energia elettrica e del gas può arrivare nel 2022 a quota 40 miliardi, contro i 13 del 2021. Ma prudenza e concentrazione significano anche che occorrerà fare di più. Perché si rafforzano i crediti d’imposta energetici, ma la sterilizzazione degli oneri generali di sistema nel settore elettrico – che concorrono per circa un quarto al costo complessivo della bolletta – è stata limitata alle utenze con potenza disponibile fino a 16,5 kW, escludendo così gran parte del sistema produttivo. Si tratta, inoltre, di misure riferite al solo primo trimestre del 2023. Il che rende ancora più urgenti le azioni strutturali di livello europeo per il contrasto del caro-energia».

Vuole dire che si sono dimenticate le imprese?

«Dico che alcune scelte urgenti si potevano e si possono fare senza pesare sui conti pubblici: dalla proroga, almeno per tutto il 2023, della fine della maggior tutela di prezzo per le forniture di energia alle microimprese, a quella delle disposizioni emergenziali del periodo pandemico sulla riduzione del capitale sociale per perdite e sulla sospensione degli ammortamenti, fino all’introduzione della possibilità di ammortamenti di lungo periodo dei costi energetici. Così come si può fare di più anche per la riduzione del cuneo fiscale e contributivo sul costo del lavoro e per valorizzare strutturalmente welfare aziendale e welfare contrattuale».

Per venire incontro all’area sociale che lei rappresenta il governo ha ampliato flat tax, alzato il tetto al contante e alleggerito i costi del Pos. Che ne dice?

«Sono interventi che però sollecitano scelte più organiche e complessive. Serve una riforma dell’Irpef che preveda riduzione delle aliquote e degli scaglioni di reddito, semplicità degli adempimenti, no tax area senza disparità, conferma del principio di progressività. Ma anche la revisione del sistema nazionale di riscossione, potenziandone l’efficienza amministrativa. E poi la semplificazione strutturale del sistema fiscale attraverso un codice tributario unico e la piena e coerente declinazione dei principi dello Statuto dei diritti del contribuente. Quanto al tetto per il contante, auspichiamo un coordinamento di livello europeo. Mentre sul Pos faccio una sola considerazione: bene il tavolo di confronto, ma occorrono risposte ben più compiute di un fondo ristori per le commissioni sulle transazioni fino a 30 euro pagate da esercenti con ricavi e compensi annui non superiori ai 400 mila euro».

Dica anche del payback sulle forniture dei dispositivi medici, un tema di grande interesse per voi.

«La previsione dell’obbligo per le imprese fornitrici di rimborsare alle Regioni fino al 50% delle spese per l’approvvigionamento effettuate in eccesso rischia di compromettere la tenuta di un settore composto da piccole e medie imprese e il sistema di forniture ospedaliere. Si è persa l’occasione per rivedere un meccanismo insostenibile».

Da ultimo, ci dia la sua valutazione su Pnrr e riforma degli appalti.

«Con la frenata congiunturale in arrivo è ora più che mai necessario prestare la massima attenzione allo “stato di avanzamento lavori del Pnrr. E il punto cruciale non è tanto il conseguimento dei target per il 2022, quanto più che, nel 2023, dovrebbero decollare bandi e gare delle amministrazioni territoriali. Interventi di rafforzamento della capacità amministrativa saranno decisivi. Soprattutto per la tenuta della regola di destinazione di almeno il 40% delle risorse nel Mezzogiorno. E qui si inserisce il decreto legislativo di riforma del Codice degli appalti, che è una riforma chiave. E un testo che si presenta come auto-esecutivo e che merita un adeguato confronto con Parlamento, Enti territoriali e imprese. L’auspicio è che i nuovi principi di riferimento del Codice – il principio del risultato e il principio della fiducia – concorrano al superamento del modello della “burocrazia difensiva” e alla costruzione di un’Italia che funzioni meglio e in modo più semplice».

 

 

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